A fine agosto di quest’anno, a pochi mesi dal mio 50° compleanno, decido con mia moglie di lasciare per qualche giorno la mia cittadina sul mare, ancora affollata da turisti, per intraprendere un breve viaggio per scoprire una porzione dell’interno della Sicilia. Eccoci ad attraversare territori di incomparabile bellezza, coltivati a frumento, dolci colline con verdi vigneti, piccoli borghi quasi dimenticati dove abbiamo conosciuto persone speciali. Scrutando la cartina mi accorgo di essere molto vicino alla Valle del Belice. Decido di proseguire in quella direzione, spinto dalla curiosità e dall’istinto. Ho sentito parlare molto spesso di questi luoghi, sempre a proposito del terribile terremoto del gennaio 1968 e della controversa ricostruzione.

Che anno il ’68! Mentre l’Europa e parte dell’Italia erano sferzati dal vento di novità, ribellione e fervore culturale, qui nel cuore profondo della Sicilia, probabilmente questi venti non sono mai spirati. Devo assolutamente conoscere di persona questi posti e ciò che resta di quelle comunità che ci hanno vissuto e che hanno visto cambiare le loro vite nel giro di pochi istanti. Il desiderio di conoscere meglio il passato e quello di comprendere il controverso presente aumenta in me man mano che mi avvicino alla meta. Decido di visitare in primis Poggioreale “vecchia”, che altro non è che un paese fantasma, caratterizzato esclusivamente da ruderi.

Appare impenetrabile, sbarrato da transenne, ma continuo a girare fino a quando vedo un signore barricato all’interno; chiedo di poter accedere ma lui esordisce dicendomi che non si può entrare per motivi di sicurezza. Io insisto e ricorro ad un’espediente, raccontando di essere un giornalista. A questo punto mi invita ad entrare, spiegandomi che lui è a capo di un’associazione che tenta, grazie anche alla generosità di chi accede, di far rivivere questo luogo dimenticato dallo Stato. Eccomi catapultato cinquant’anni addietro, dentro la “pancia” del terremoto che ha congelato qui l’attimo della devastazione, squarciando case di nobili e povera gente, chiese, piazze, botteghe e un’intera comunità. Mi aggiro insieme ad altri sparuti visitatori, tra case diroccate, chiese mute, piazze svuotate, col timore che qualche muro possa venire giù da un momento all’altro. Scatto qualche fotografia, mi sforzo di immaginare la vita preesistente ma la sensazione di sgomento mi sovrasta. Proseguo la visita, mi pongo domande, non trovo risposte.

Dopo circa un’ora la sensazione di sgomento aumenta e così decido di avviarmi verso l’uscita. Ritrovo quella persona, Gino, che inizia a raccontare di quando, da bambino, insieme ad altri ragazzini si recava in questo posto per giocare, per cercare qualche oggetto abbandonato; oggi, anche lui cinquantenne, è ancora lì per ritrovare il tempo perduto, le proprie radici, forse un’identità. Racconta che tenta di difendere quelle pietre dall’attacco della vegetazione al fine di renderle fruibili ai visitatori, sempre più numerosi; ha raccolto tra le macerie molti oggetti di uso comune, attrezzi da lavoro, abiti, giornali, giocattoli, strappandoli all’oblio e riunendoli in un edificio ristrutturato che lui chiama “Museo” e che mi invita a visitare. Gino accenna alla valanga di soldi che sono arrivati negli anni e di come siano stati sperperati, alle demolizioni prima avviate e poi bloccate, ai compaesani, confusi tra la nostalgia del tempo che fu ed il desiderio mai esaudito, di un futuro prospero. Saluto Gino, custode del ricordo, e alla fine lui si raccomanda di raccontare questa storia, le macerie, le pietre, affinché il suo sogno di trasformare i ruderi in un grande museo all’aperto, possa tramutarsi presto in realtà. Io che giornalista non sono, mi avvio lentamente verso l’uscita, un po’ svuotato, riflettendo sul sogno di Gino; e penso che questa storia meriti di essere raccontata da uno che il giornalista lo sa fare bene. Sono pochi i giornalisti liberi in Italia in grado di raccontare una storia mettendoci umanità, rispetto per le persone e delicatezza nel raccontare luoghi già martoriati dalle tante vicende.

Il giorno seguente sentiamo il bisogno di cambiare aria, di ritrovare panorami, ordine e Bellezza…stiamo per cambiare itinerario ma nella mente il mosaico è incompleto, dobbiamo aggiungere ancora delle tessere: devo vedere Poggioreale “nuova”, la cittadina della ricostruzione, della modernità. Giungiamo a destinazione e attraversiamo le vie principali del paese: le case sembrano per lo più disabitate, nessuno in giro, né bambini per strada né anziani sull’uscio. La piazza principale del paese, con tanto di fontana futuristica in acciaio, rigorosamente senz’acqua, appare come il trionfo del cemento; un porticato sorretto da finte colonne doriche ed improbabili cariatidi conduce il visitatore verso qualcosa che nella mente del progettista doveva assomigliare ad un piccolo centro commerciale, mai avviato. Improponibile il monumento di cemento armato che attornia una statua bronzea di Padre Pio, e da una scalinata che conduce al nulla. Dopo alcuni minuti l’unico ad usufruire della piazza è solo un timido cane.

Continuiamo a girovagare e nasce spontanea qualche riflessione su quanto denaro pubblico sia servito a per creare un luogo così alienante. Tutte le finestre degli uffici che forse un tempo si affacciavano sulla piazza sono orribilmente serrate con delle grate. Ora sento di provare la stessa sensazione desolante provata precedentemente nel paese vecchio. Ci rifugiamo nell’unico bar che si vede lungo la strada principale, al cui interno troviamo una signora sorridente che ci prepara un buon caffè e ci regala due chiacchiere. Leggermente rincuorati usciamo e andiamo nuovamente in quella piazza solitaria per catturare qualche scatto…ad un certo punto la nostra attenzione è attirata da una presenza umana, seduta all’ombra del porticato. Ci viene naturale avvicinarci ed iniziamo a parlare con grande spontaneità, lei si chiama Laura, è un’operatrice ecologica che ha appena concluso il turno di lavoro e si sta godendo un po’ di tranquillità. Anche lei ha cinquant’anni e tanta voglia di raccontarsi, di condividere pensieri e considerazioni su questo luogo. Racconta che ha trascorso i primi diciassette anni nelle baracche, insieme ai paesani… “allora eravamo tutti nella stessa barca, ci si aiutava, si condivideva il bello ed il cattivo tempo, eravamo tutti uguali, ho dei bei ricordi. Dopo la ricostruzione ci siamo sparpagliati, ci siamo allontanati e non solo fisicamente: sono nate le invidie, le gelosie, il sospetto per chi ha migliorato il proprio stato”. Ci confida che lei ci crede nel paese nuovo, spera in una rinascita, anche se questo paese sta lentamente scivolando a valle in quanto è sorto su un terreno franoso; ci spera, anche se la gente del luogo non è felice e molti sono in condizione di estrema povertà per carenza di lavoro; anche se i giovani, se possono, scappano al nord o all’estero e quest’anno è stata chiusa anche la sezione della scuola dell’Infanzia. Dulcis in fundo ci dice che è previsto un cospicuo investimento economico per ristrutturare una piscina comunale, che nessuno utilizzerà. Laura è una donna forte, aperta, che ama viaggiare anche da sola, nonostante i commenti malevoli dei paesani, favorevole all’integrazione e all’accoglienza, una persona che ama raccontare e raccontarsi. Dopo esserci salutati ci augura un buon rientro e ci invita a non abbatterci...